Processo Creativo 2018-12-28T18:15:24+00:00

Il processo creativo

Sezione precedente
Sezione successiva

“Mi sento un artigiano del fotogramma. Vi piace? Devo precisare che ho un’ottima opinione dell’artigiano-artista. Deve lavorare con la testa, con le mani, con tutto. Chi fa del cinema dal vero, cioè regia, in fondo prende cose che ci sono già, sceglie personaggi, inquadrature, storie eccetera. Magari può permettersi un attore come Robert De Niro o Bernard Blier al quale dà tutte le dritte e che poi va per conto suo. Chi fa il mio lavoro deve far tutto tesserina per tesserina, crea qualcosa che prima non c’era e lo fa vivere. Ecco cosa intendo per artigiano del fotogramma.”

 

Fare cartoni animati è un lavoro lungo e complesso, specialmente se si lavora da soli. L’approccio di Osvaldo Cavandoli a quest’arte è sempre stato prettamente artigianale e ricalca i procedimenti impiegati dal cinema di animazione delle origini.

Dopo avere realizzato lo storyboard (una sceneggiatura a disegni che rappresenta le inquadrature più importanti della pellicola), Osvaldo procedeva disegnando il suo personaggio a matita su foglio bianco. La Linea può sembrare a prima vista un cartone molto semplice ma, proprio per questo, ogni tratto deve essere calibrato con attenzione, in modo da sintetizzare perfettamente forme e movimenti a volte estremamente complessi. L’artista riprendeva i disegni su pellicola negativa ad alto contrasto e ricontrollava in moviola la fluidità dei movimenti. Una volta soddisfatto, i disegni finiti venivano mandati a quelle che Cavandoli chiamava affettuosamente “le lucidatrici”, un gruppo di signore che aveva il compito di ricalcare i disegni su rodovetro (un tipo di lucido trasparente) con pennello e tempera bianca. Il processo andava ovviamente ripetuto per ogni singolo frame. Questi lucidi venivano poi ripresi definitivamente su pellicola Eastman Color con fondi colorati. Per un cartone come La Linea sono necessari circa quattro disegni per ogni secondo di girato.

A questo punto i rodovetri venivano posti su un tavolo da ripresa (che può oggi essere ammirato all’interno di WOW Spazio Fumetto, il museo del fumetto di Milano), sovrapposti a un foglio colorato che faceva da fondale e ripresi dall’alto con una vecchia telecamera degli anni Venti. In questa fase Cavandoli catturava nell’inquadratura anche la sua vera mano, quando questa doveva apparire nella scena. Ogni immagine veniva così a costituire un fotogramma della pellicola che, fatta scorrere velocemente, trasformava questa serie di foto in un cartone animato vero e proprio.

Negli anni Ottanta il computer inizia a diventare uno strumento sempre più importante negli studi di animazione, specie per grandi case come Walt Disney. Sì usa ad esempio per colorare i disegni, velocizzando processi che fino ad allora erano realizzati con la colorazione a mano sui singoli rodovetri o in Technicolor. Tuttavia Osvaldo Cavandoli rifiuta l’uso della computer grafica fino agli ultimissimi anni di attività, quando l’età avanzata gli impedisce di lavorare da solo come vorrebbe.

Ma il genio creativo di Cavandoli emerge forse con forza ancora maggiore nei filmati realizzati con i pupazzi animati di Pupilandia. Qui Cavandoli dà vita con maestria da vero artigiano a tutto ciò che possiamo ammirare sulla pellicola: personaggi, costumi e oggetti di scena, scenografie… I pupazzi, ripresi fotogramma per fotogramma, vengono poi animati con la tecnica del passo uno.